SUL SAN MATTEO LA BATTAGLIA PIU’ ALTA DELLA GUERRA 
 
Dalla elegante forma piramidale, la Punta San Matteo con I suoi 3.678 metri è un nodo orografico fondamentale nella lunga catena di vette che delimita a sud il bacino della Vedretta dei Forni. Inizialmente trascurata per le difficoltà logistiche di accesso, solo nell' estate del 1917 venne occupata stabilmente dagli austriaci provenienti da Colle degli Orsi e dal Monte Giumella. La costruzione di trincee di ghiaccio e ridottine in pietra armate di mitra gliatrice e collegate da camminamenti al presidio avanzato del Monte Mantello la trasformarono in un osservatorio dal quale gli austriaci potevano dirigere facilmente i tiro delle loro artiglierie da una parte sul bacino della Vedretta dei Forni e sulla Valle Cedec, dall' altro sulla zona del Passo Gavia e sulle postazioni dell' Ercavallo e dell' Albiolo. Gli italiani, dopo essersi attestati a non più di un chilometro dalle linee nemiche sul Pizzo Tresero, sulla Punta Pedranzini e sulla Cima Dosegù, decisero di conquistare anche il San Matteo solo quando la guerra volgeva ormai alla fine e gli Imperiali si trovano in diffici li condizioni dopo il fallimento dell'" azione valanga". L'attacco, preceduto da un intenso fuoco di artiglieria, si svolse il l3 agosto da parte di un centinaio di soldati del Battaglione Ortler. Ognuno era dotato di camice bianco, cappuccio e guantoni di lana bianca, ramponi , da ghiaccio ad otto punte, tre petardi, cucinetta a spir to, tre scatolette di carne, due razioni di galletta, 100 grammi di fichi secchi e 100 di formaggio. Divisi in cinque colonne, con un attacco a tenaglia durato dalle otto di mattina a mezzogiorno gli italiani conquistarono la vetta facendo prigionieri i nemici superstiti. Occorreva ora pre pararsi alla prevedibile controffensiva nemica scavando ripari nel ghiaccio e trincee. Ecco come descrive le opera zioni seguenti alla conquista della vetta Luciano Viazzi nel libro “Guerra d'aquile": "Sulla vetta c'è consiglio fra i tre capitani e Berni dice che andrà con i suoi quindici uomini al Giumella e si mette in cammino ma fatti una tren tina di metri viene richiamato indietro. Gli dicono che c'è l'ordine di arrivare fin qui e non si può trasgredire, ma Berni insiste che senza mitraglia e senza trincea non potrà  resistere ad un eventuale contrattacco. Gli ordini sono l'ordini, ma egli è contrariato dal non poter sistemare la posizione come meglio crede. Appena rimangono soli, il capitano Berni si mette subito a cercare la mitraglia nemica che certamente era stata nascosta poco distante. 
Finalmente scavando in una piazzola viene alla luce il treppiede e più sotto anche l'arma. La portano in galleria e dopo averla ben pulita riescono a farla funzionare. Intanto costruiscono..... (continua nel libro) 
 
Nella fotografia: non è una foto di una gita del CAI, ma sono i soldati austriaci che, dopo la sconfitta, si fanno riprendere sorridenti sulla cima del San Matteo in una fotografia in compagnia degli italiani vincitori. Da prigionieri avrebbero potuto finalmente mangiare....