LA CAROVANA DEL DESERTO
L’itinerario a piedi
1° giorno: dall’accampamento nei pressi dell’oasi di Tamsahel si inizia a camminare in direzione sud verso una cresta rocciosa che si staglia all’orizzonte. Verso nord ovest si ergono invece le ultime propaggini dell’Anti Atlante con le formazioni del Jebel Sarhro (2.700 m: jebel in arabo significa montagna o collina ed equivale al berbero adrar). L’ambiente è quello del deserto roccioso: piane ricoperte di ghiaia e di sassi levigati tra cui spuntano cespugli (in arabo reg) e altipiani formati da blocchi e da lastre di rocce erose che spesso terminano con ripide falesie (in arabo hamada). L’unico albero presente è l’acacia, cibo dei dromedari. Sosta d’obbligo presso un accampamento di pastori dove sotto la classica tenda nera di lana è possibile dissetarsi con il tè (etei in arabo marocchino) aromatizzato alla menta, diventata bevanda nazionale del Maghreb solo a partire dal XVIII secolo quando fu fatto conoscere dagli inglesi. Lungo le piste carovaniere il suo uso si diffuse rapidamente dalle città costiere del Maghreb fino nel cuore del deserto e nei paesi sub-sahariani. Oggi è importato dalla Cina. Maghreb significa “il paese a ovest (del Cairo) dove tramonta il sole” e comprende oltre al Marocco (il cui nome arabo è appunto Al-Maghrib) anche l’Algeria, la Tunisia e la Libia.
Dall’accampamento si risale una valle fino al primo colle (in berbero “tizi”), Tizi n’ouigad. Le rocce di colore nero fanno pensare a formazioni vulcaniche, Si tratta invece sempre di rocce sedimentarie (calcari e renarie) ricoperti dal classico smalto del deserto dovuto all’ossidazione del manganese e del ferro contenuti nelle rocce e portati in superficie dagli agenti atmosferici. Si scende quindi un una larga vallata, antico letto di un fiume fossile (oued in arabo maghrebino,wadi negli altri paesi arabofoni) e ci si ferma per il pranzo all’ombra di una acacia. Ci si porta quindi sul versante sud della vallata e risalendo una stretta valletta ripiena di detriti rocciosi si giunge al Tizi N’inejdane dal quale ci si affaccia sul successivo Oued. Un ripido sentiero che taglia in costa una falesia ci porta sul fondovalle punteggiato come sempre da isolate acacie in direzione del villaggio di Ait Quazzik. Prima di giungervi si incontrano rocce incise dalle popolazioni preistoriche, ma le raffigurazioni più interessanti si trovano sulle pendici di una collinetta inserita in un Parco delle Incisioni Rupestri.
Si tratta di graffiti risalenti al Neolitico (6.000-2.000 anni a.C.) realizzate da popoli di cacciatori che la progressiva siccità aveva spinto sulle propaggini della catena dell’Anti Atlante. Qui nei fiumi scorreva ancora acqua e la savana circostante permetteva il pascolo di gazzelle, di elefanti, di giraffe, di struzzi. L’arte ha un evidente contenuto animalistico essendo rappresentate soprattutto le prede della caccia come rito propiziatorio: l’antilope bubala, il bue selvaggio dalle grandi corna a “lira”, il muflone. Curiosi solchi paralleli sulle rocce sono causati dall’azione di affilamento di coltelli e punte di frecce. Discesi dalla collina si raggiunge in breve l’oasi dove si trova un campeggio fisso.
2° giorno: partendo dal campo si attraversa l’oasi alla cui periferia si ergono due grandi edifici: lo ksar, il villaggio fortificato tipico del Marocco presahariano e l’agadir (il granaio collettivo fortificato) che si può visitare salendo per oscure scale fino al piano superiore dove ogni famiglia possedeva un piccolo locale deposito (vera e propria cassetta di sicurezza) nel quale conservava il raccolto dei campi. Su di una strada sterrata si percorre la valle di Assif Ouar che sbocca in una grande piana all’altezza di un pozzo (in arabo “foum” indica la foce di un fiume o lo sbocco di una valle). Si attraversa la piana fermandosi per pranzo sotto la solita acacia e si raggiunge la strada asfaltata diretta a Tazzarine all’altezza dell’oasi di Ait Amrad, Ait in berbero significa “figlio di” e serve per designare i nomi della tribù e del villaggio stabile da essa abitata nei pressi dell’oasi. Si attraversa l’abitato e si va a mettere il campo al margine dell’oasi con i suoi campi coltivati e i suoi palmeti. Le piante più caratteristiche sono però qui i tamarindi e le euforbie i cui esemplari più belli raggiungono anche il metro di diametro. Curiosi ai margini dei campi sono i frutti selvatici del Cytrullus colocyntis che con la loro forma di zucca maturano sulla sabbia fra un intrico di foglie ruvide e vengono poi portati via dal vento.
3° giorno: nella prima parte della giornata si attraversa una serie di oasi un tempo irrigate da una fitta rete di canali sotterranei che captavano l’acqua delle falde freatiche e la trasportavano ai campi impedendone l’evaporazione. Il loro tracciato sotterraneo è reso visibile in superficie dall’allineamento dei pozzi, oggi niente altro che grandi buche circolari ricoperte dalla sabbia. Chiamate in arabo “foggare”, sono il frutto di una tecnologia nata in Persia (qui di chiamano qanat) e poi diffusa a oriente fino alla Cina (in turco karez) e in occidente fino al Marocco. Oggi i campi sono invece irrigati dall’acqua prelevata dai pozzi con pompe a motore. Solo una piccola parte delle oasi sahariane sono naturali e dovute all’affioramento dell’acqua di una falda freatica. La maggior parte di esse sono invece opera dell’uomo che ha risolto il problema dell’irrigazione o prelevando in loco l’acqua delle falde freatiche sotterranee mediante pozzi (classici quelli a bilancere) o trasportandola mediante canali sotterranei. A scavarli sono stati a partire dal Medio Evo gli schiavi negri catturati nell’Africa guineana (harratin in arabo) e portati per essere venduti ai porti del Mediterraneo. Le oasi sono a tre livelli: il primo è costituito dalle palme da dattero che proteggono i sottostanti alberi da frutto sotto i quali vi sono le coltivazioni di cereali e gli orti. Tutto questo crea un microclima umido molto propizio alla crescita delle piante. Non per niente il palmeto viene chiamato “il giardino”, jardin in francese. un ecosistema artificiale che richiede da parte dei contadini una continua cura soprattutto per evitare che venga invaso dalla sabbia del deserto trasportata dal vento. Per questo vi erigono della protezioni formate da stuoie di canne. Dopo l’ultimo villaggio caratterizzato da minareto di una nuova moschea costruita (come tutte le abitazioni di lusso) con i soldi di marocchini emigrati a lavorare in Francia o in Italia, si attraversa in direzione nord est una piana sempre più sabbiosa, apparentemente senza fine. Al suo termine si pranza sotto una acacia e si affronta il tratto più suggestivo del deserto, quello delle dune di sabbia. Chiamate in arabo “erg” queste formazioni rappresentano solo il 20% del deserto del Sahara e si presentano come delle vere e proprie isole tra le distese di reg e di hamada. Sono infatti il frutto della disgregazione provocata dal vento sulla formazioni rocciose di arenaria. Il vento trasporta i piccoli granuli di sabbia e le deposita anche a grande distanza quando trova un ostacolo formato in genere da un ammasso di rocce. Le dune sono quindi formate dalla triplice azione del vento (erosione, trasporto e deposito) e sono sempre in movimento. Quando soffia il vento, mettendo l’orecchio sulla sabbia si può sentire il “tam tam” del deserto, dovuto al continuo scorrimento dei granelli di sabbia.
Nell’erg la vita vegetale non manca: è infatti il regno della graminacea chiamata “drinn”, mentre dopo le piogge spunta l’ “acheb”, l’erba attesa con impazienza dai pastori nomadi. Si cammina sul filo di cresta delle dune e si pone il campo in una conca rocciosa ai loro piedi.
4° giorno: si esce dall’erg e si affronta la traversata di una pianura senza fine in direzione nord ovest fino ad una oasi irrigata da un pozzo e da una pompa a motore. L’acqua scorre in un canale sotterraneo ben visibile dall’allineamento dei pozzi dai quali gli agricoltori prelevano l’acqua per irrigare gli orti (carote, cipolle,ecc.). Dall’oasi si sale su di un altopiano roccioso che altro non è che il fondale dell’Oceano che nel Mesozoico occupava il Sahara. E’ straordinario camminare su rocce che contengono migliaia di esemplari “belemniti” i fossili dalla caratteristica forma tubolare o a sigaro coeve alle forse più conosciute ammoniti (i fossili guida), comparsi nel Triassico (225-190 milioni di anni fa) ed estinti nel Cretacico (135-65 milioni di anni fa). Erano cefalopodi marini lontani parenti di polipi, seppie e calamari caratterizzati da una conchiglia interna, l’unica parte che si è fossilizzata. Carnivori, si nutrivano di pesce e di crostacei e forse vivevano in gruppo.
Discesi dall’altopiano, si passa pe una cava possono reperire esemplari di questi fossili e si sale su di una cresta rocciosa con formazioni di dune di sabbia.
Siattraversa una piana sabbiosa e si termina il trek all’altezza del bel campeggio fisso di Serdrar